Cocci di adobe
Sono cocci di adobe quei muri sabbiosi infranti?
Sono cocci di adobe quei limiti divini di vecchie religioni?
Sono cocci di adobe quei mondi connessi, sconnessi e detestabili?
Sono mostri di dubbio, forse, i cocci di adobe? Muri di ostacoli tra chi si è e chi si vorrebbe essere.
Sono cocci di adobe per un dialogo nuovo; sono muri sabbiosi infranti da una parola incomprensibile; sono limiti divini e sociali desueti, implosi nella loro assurdità .
Muri tra mondi interiori - i cocci immaginari - non lasciano vie di fuga.
La sabbia sibilava d’oro sul bordo del mondo, cercando il contatto con il cielo. Volteggiava su mattoni sabbiosi giallastri, duri e resistenti. L’azzurro pieno di luce irradiava il mondo secco, caldo, ventoso. Il Sole coceva sé stesso, riscaldava le pietre e brillava nei piccoli granelli, che lenti, si posavano sulle labbra secche di Imru. L’acqua era ormai poca ma non molto lontano avrebbe dovuto esserci un’oasi acerba, ricolma di quei cetrioli secchi e mal cresciuti. Imru guardava lontano, dritto a sé, seguendo con lo sguardo l’oro del suo mondo che sollevandosi fluente scompariva tra l’azzurro del cielo. Quanto avrebbe voluto volare, quanto gli sarebbe piaciuto poter dire che quello sconfinato azzurro chiaro, quel blu notturno, fosse il suo mondo; era da tempo che la sabbia gli stava stretta, che quelle mura sabbiose gli parevano una prigione, addirittura – da quanto si percepiva alieno e sottomesso – aveva smesso di togliersi i granelli di dosso, ormai si sentiva deserto si sentiva obbligato.
Imru non voleva essere un uccello, non voleva poter volare, non amava seguire il vento. Imru voleva soltanto superare quei muri di sabbia, quel limite tra cielo e terra. Imru amava sé stesso, amava camminare, odiava quel vento che lo sporcava e lo traeva in fondo a quel mondo instabile. Imru voleva solamente poter essere sé stesso in un altro mondo, camminare tra le poche nuvole del cielo luminoso, dormirci al di sopra, non mischiarsi più con i granelli luminosi, non sentirsi più mancare la saliva. Imru voleva amare, voleva che i suoi sogni diventassero possibili, voleva che quei muri di sabbia divenissero soltanto cocci, cocci di adobe. Imru sognava, sognava forse come nessuno aveva mai sognato nel deserto.
Non passava giorno in cui Walid non gli dicesse di svegliarsi, eppure Imru non dormiva, semplicemente fissava l’orizzonte; egli guardava e sviscerava la linea di contatto tra il mondo e il desiderio, immaginava che se quella linea non fosse esistita, se quella barriera si fosse sgretolata tutto sarebbe stato diverso, tutto si sarebbe mescolato, sarebbe stato più bello. Dunque, immobile, sul proprio cammello, si lasciava trasportare dalla folla della tribù, incantandosi su immagini sognate, immagini che non poteva aver mai visto
«Sveglia Imru! Sei di nuovo lì, fermo a preoccuparti del nulla!», urlava Walid guardando il suo sguardo perso, smarrito ed insabbiato, poi, senza aver ricevuto alcuna risposta proseguiva: «Il tuo cammello andrà dove vuole e ti perderai nel deserto! Ti ricordi di Umar?».
Umar non era un sognatore, era giovane, alle prime armi, artigiano di mattoni di adobe, troppo fragile per le razzie e troppo stupido per scegliere un buon cammello. La sua cavalcatura, un giorno, si addormentò – o almeno così è raccontato da Walid, che si crede veggente – e Umar, per non svegliarla bruscamente, aspettò senza fretta il risveglio naturale dell’animale, facendo cenno alla tribù di proseguire, perché intanto avrebbe seguito le tracce. Umar da quel giorno è disperso, e Walid, ogni volta, ricorda la sua stupidità alla tribù, ma soprattutto ad Imru.
Imru pareva disinteressato per qualsiasi cosa Walid dicesse, un muro li divideva, un limite conteneva i loro due mondi affinché non si mischiassero. Imru non si disinteressava di Walid in quanto Walid, molto probabilmente non avrebbe ascoltato nemmeno Nizar o Mahmud. Forse, anzi, avrebbe parlato volentieri soltanto con Umar perché Umar poteva capirlo, poteva capire quanto fosse raro quel limite tra la terra e il cielo, quante immagini splendide esistessero nel contatto tra quei mondi così diversi. Umar non l’avrebbe svegliato, avrebbe sognato con lui, avrebbe abbattuto quel muro
«Walid! Ascolta, è possibile amare nel deserto?» diceva Imru, in un parlare tutto suo, rallentato e saltellato, come se fosse appena tornato da un'altra regione e avesse, fino a quel momento, parlato un’altra lingua. Walid era ormai abituato a questo tipo di conversazioni astratte, dove il dialogo non esisteva, dove l’uno ragionava pensando alla natura e l’altro pensando alla tribù. Non esisteva un punto di contatto tra i due, non si amavano, non si odiavano, però, erano loro due che, immersi nella sabbia, ed essendo deserto, si ritrovavano. Erano come due voci che urlano, separate da una muraglia infinita ed altissima, senza potersi comprendere. Walid, stranito, ogni volta, scuoteva la testa immaginando la fine vicina di Imru, troppo sfrontato, troppo distratto, troppo isolato ma ogni volta, rinvigorendosi con forza ironica, rispondeva e diceva sempre la stessa frase: «E come no!». Quella frase era polpa per i mattoni di adobe del proprio muro, ne era un rivestimento colorato.
Per Walid il deserto era sacro, la sabbia era la vita che granello per granello si posava sulla bocca, entrava nelle narici e scorreva in corpo. Per Walid essere deserto era il pregio dell’esser vivo, gli orizzonti lontani di distese mobili erano uno specchio benevolo per la sua anima latente. Per Walid il deserto era l’unico luogo in cui poter cavalcare, respirare, immaginare e vivere; era il luogo in cui tutto poteva essere possibile. Walid amava il deserto ed amava le donne, le aveva amate, le aveva possedute, le aveva abbandonate; il deserto è quel luogo in cui puoi perderti per sempre e per questo l’amore risulterà fortissimo.
«Certo che si può amare! Non ricordi la donna di quel villaggio? Ho avuto una notte splendida, aveva appena partorito ma non le interessava, aveva occhi solo per me. Il suo bambino piangeva mentre a ritmo sudavamo. Eccome se si può amare! Il deserto è il luogo perfetto dove amare». Rispose sorridendo, perso nel ricordo di quella notte, tentando di ricordare il nome della donna, fiero e conscio che Imru avrebbe capito.
«Quello non è amare» rispose Imru distogliendo, per la prima volta, lo sguardo dall’orizzonte. Vide Walid sorpreso che spalancava gli occhi inanellati da brillanti granelli di sabbia, lo vide accennare una risposta e poi urlare a Nazir qualcosa di incomprensibile. Imru riprese a parlare, guardando Walid dritto in faccia, fissandogli la guancia e il mento aguzzo.
«Quello non è amare, ti sto dicendo! Amare è perdersi nel deserto per non svegliare il proprio fedele compagno. Amare è urlare a Nazir qualcosa di incomprensibile e riuscire a farlo divertire. Amare è quel confine instabile tra i mondi che costantemente osservo, senza riuscire a coglierne ogni parola».
Imru, forse, avrebbe pianto se solo avesse potuto, perché oltre a quelle parole, la sua mente iniziò una rapida e violenta definizione di immagini e attorno a sé le mura si sgretolavano, tutto, forse, si stava mischiando, erano davvero dei cocci: immagini di sogni, immagini di ricordi, immagini di ricordi sognati, immagini di sogni ricordati. Fu sconvolgente per Imru, stava guardando suo fratello mentre conquistava dei nuovi mondi, mondi marci, violenti, strazianti; Imru non voleva soffermarsi a guardare Walid, ma non voleva nemmeno perdersi tra quelle immagini: era troppo, non era ciò che sperava. Per la prima volta il peso della realtà fu equilibrato al peso della sua immaginazione ed Imru, affaticato e senza possibilità di piangere svenne, cadendo dal cammello. Era un uomo del deserto sommerso dalla sabbia, era il deserto che riconquistava sé stesso, riacquistava i cocci di adobe, da mattoni ora nuovamente granelli.
I compagni di viaggio proseguirono spediti per raggiungere l’oasi, in modo da raccogliere acqua e cibo e prendersi cura del proprio fratello mentre Walid rimase con lui, scese dal cammello, gli si avvicinò e vide gli occhi di Imru chiusi, era la prima volta in cui vedeva suo fratello dormire, o almeno, era la prima volta in cui non sentiva la necessità di svegliarlo. Lo guardò intensamente e nel corpo inerme di Imru non ci vide il silenzio del deserto, ma il trionfo del cielo; guardava le mani, le gambe, le vesti e percepiva quelle nuvole sporadiche che ogni tanto apparivano nell’azzurro luminoso, ma non solo, percepiva il calore del Sole uscire dalle sue vesti, percepiva il brillare della sabbia su di sé, illuminato dall’amico. Percepiva che non c’era un qualcosa da percepire, che quella muraglia tra i due si era sgretolata e che in Imru, probabilmente, non era mai esistita alcuna muraglia.
Walid, allora, si sedette al suo fianco, poggiandogli sulla spalla la mano, aspettando i compagni, guardando l’orizzonte. Poggiò la mano sulla spalla senza pensarci, fu un gesto naturale, un gesto di comprensione per l’amico, sembrava gli stesse parlando pur tacendo, come se volesse dirgli: «Forza! Dormi! Sogna, immagina, costruisci per noi!», lo guardava allo stesso modo con cui Umar doveva aver guardato il proprio cammello.
Walid era silente ma sorrideva mentre la sabbia, alzata dal vento, iniziava a coprire le gambe di Imru. Era da molto che dormiva, ma non andava svegliato, doveva dormire, sognare, immaginare, vivere anche per lui almeno fino al ritorno dei compagni.
Il Sole era forte, coceva sé stesso; la sabbia sibilava, chissà che cosa raccontava; l’azzurro si mescolava al biondo, un ballo senza fine davanti ad una casa diroccata appena visibile in lontananza. Il deserto stava dando piena forma di sé, una forma dolce e trascurata dalla mente di Walid, era un deserto efebo, compiacente del sonno di Imru, amante di quell’appassionato abbraccio. Il deserto non era più in Imru, ma i due si amavano, stavano dormendo l’uno accanto all’altro, mano nella mano, scambiandosi le vite, le esperienze. Quel muro si era sgretolato e Imru ne aveva raccolti i cocci.
Il deserto dolce aprì una via tenera all’orizzonte, Walid iniziò ad intravedere un’ombra scura ma, controluce, non riusciva a identificare chi fosse, potevano essere Mahmud o Nazir con dell’acqua, gli altri li avrebbero certamente aspettati direttamente all’oasi. Ma cosa avrebbe dovuto fare adesso? Svegliare Imru da quella sua vita? Fare in modo che aprisse gli occhi per ricadere in un mondo dove avrebbe dormito? Avrebbe dovuto allontanare Nazir o Mahmud e fuggire con Imru? Walid fissava l’orizzonte riflettendo sul da farsi mentre la linea sfusa tra cielo e deserto era rotta da un’immagine scura che pareva le tenesse assieme. Walid scelse di non scomporsi, rimase seduto, posò la mano sulla fronte dell’amico e aspettò quel ponte scuro tra l’azzurro e il biondo si mostrasse, dopodiché avrebbe deciso come agire.
La figura, quando fu abbastanza vicina, guardò negli occhi Walid scorgendoci l’amore e parlò senza dargli possibilità di agire: «Ora ci penso io Walid, tu raggiungi gli altri all’Oasi, vai dritto verso Nord, non puoi sbagliare», i due si compresero, erano due uomini l’uno di fronte all’altro, consci della propria esistenza. Walid non riteneva necessario parlare, si lanciò sul corpo di Imru pieno di sabbia e lo strinse tra le braccia, baciandogli la fronte pulita, finendo così per abbracciare il deserto e baciare il cielo; dopodiché salì sul suo cammello e corse veloce verso Nord, guardando sempre l’orizzonte, permettendo al suo cammello di concedergli il sonno ad occhi aperti, amandolo.
Imru si svegliò quando l’azzurro era ormai divenuto blu. I granelli di sabbia si erano fissati nel cielo luminosissimi e, confuso, li guardava, faticando a mettere in ordine le idee. In che mondi era stato il povero Imru, mondi grigi, mondi verdi, mondi in cui si ama, mondi in cui si finge, si uccide. Imru guardava il cielo e ripensava a tutte quelle vite, pensava agli sguardi delle persone che vi aveva conosciuto, pensava a quelle che qualche assassino aveva tolto, pensava all’amore provato, alle società malate che uccidono, alle società che si abbracciano; pensava alla terra, al cemento, all’acqua, al bosco; pensava a sé stesso, pensava ai sé stesso conosciuti: assimilava ogni singolo coccio d’adobe caduto.
Imru sollevò la schiena e vide a fianco a sé un fuoco acceso, una persona nella tenda gli parlò: «riposati, raggiungiamo gli altri domani, ti sveglio io», sembrava la voce di Nazir, ma le parole usate ricordavano quelle di Mahmud; in quel momento non importava chi ci fosse, Imru era stanco ed immediatamente si assopì, aspettando con gioia di essere svegliato.
«Sveglia Imru, ti aspetto ai cammelli» disse la voce ad un Imru ancora addormentato, con gli occhi mezzi aperti e mezzi chiusi, affaticati dalla luce dell’azzurro. Imru, con cautela, si sollevò, spostò ogni granello di sabbia dal suo abito e scuotendosi dalla sabbia si avviò ai cammelli dove vide Nazir seduto ad aspettarlo. Sembrava Nazir, ma non era il suo cammello, forse era Walid ma per non sbagliare andò a fortuna: «Mahmud! Sono grato che tu sia stato qua con me tutta la notte, raggiungiamo gli altri!». Più si avvicinava al compagno e meno era certo che quello fosse Mahmud tanto meno Walid; doveva, allora, essere certamente Nazir.
Imru salì sul proprio cammello senza prestare caso al compagno di viaggio ma, una volta posizionato, si sentì domandare: «Che cosa hai visto nel tuo sonno?». Imru era stranito, per nulla abituato a domande del genere poiché solitamente era lui a rivolgere agli altri; il compagno continuò: «hai capito se è possibile amare nel deserto? Quali cocci hai raccolto?».
Imru, felice, rispose: «Non ancora Walid, ma ho amato molto. Ho visto dei mondi atroci, finti amanti che uccidevano amate, assassini governati da una società malata, ma ho amato molto Walid, mi sono preso cura, ho abbracciato, baciato, visto baciare e abbracciare. Ho amato davvero molto Walid, il tutto mentre le sabbie del deserto mi accarezzavano le mani. Ho amato persone scomparse, ho pianto per loro pur non conoscendole; ho urlato e coinvolto me stesso nella colpevolezza di questi gesti. Ho amato Walid, ho sofferto, mi sono preso cura, si sono presi cura di me. Ho amato Walid, ma ora, è tutto molto confuso… Raggiungiamo gli altri, a Nord», terminò Imru, sconvolto ma felice, mentre i due avevano iniziato a muoversi verso Sud. Imru era scomposto nelle frasi, scomposto nelle parole, tutto quello che aveva dentro faticava ad uscire, stava amando.
«Hai visto cose brutte?» disse il compagno procedendo in avanti.
«Ne ho viste molte Walid… Certi mondi fanno paura, non capisco come sia possibile che esistano, purtroppo non posso cambiarli, mi dovrò limitare a prenderne atto, a vedere quel contatto tra terra e cielo nel loro orizzonte. Ora, però, raggiungiamo gli altri, dovrebbero essere dalla parte opposta». Imru guardava il suo compagno, intontito poteva non riconoscerne la voce, ma più lo osservava e più non vedeva il mento aguzzo al di sotto delle guance. Più pensava più percepiva che il Sud fosse la via corretta, pur conscio che non fosse così.
«Possiamo fare tutto Imru. Basta saper amare senza possedere, basta vivere le proprie vite, basta aspettare i propri cari nel deserto fin quando non si svegliano o si vogliono lasciar svegliare, basta che ogni muro venga sempre abbattuto e che a ogni coccio venga data forma nuova». Rispose il compagno ruotando la testa verso Imru guardandolo negli occhi e facendosi riconoscere. Era lui, era lui il ponte scuro tra il cielo azzurro e il deserto d’oro, non poteva che essere lui, non poteva che essere lui l’insegnante di un sognatore.
«D’accordo, allora andiamo verso Sud Umar…».