Disattivare le mura
Da qualche parte un muro deve pur cominciare. I muri vengono eretti, non nascono mai da sé e non sono elementi naturali.
Da qualche parte i muri devono finire o, al limite, poter essere valicati. Questa è una delle ambiguità che riguarda queste barriere, fisiche o psichiche che siano: ecco un’altra ambivalenza.
Pensando ai muri fisici, soprattutto in tempi e zone di frontiera, di guerra, di discriminazione, non riesco a credere mai fino in fondo al loro effetto. Mi vergogno ad affermare questo – sapendomi privilegiato e cosciente degli abusi a cui molte popolazioni sono sottoposte – ma credo che un modo per fuggire i muri ci sia: guadagnando/comprando/creando un nuovo destino, giocandosi tutto. Allora perché tuttə, di fronte ai muri, proviamo un sentimento di annientamento, di impossibilità di agire, una paura che è totalizzante e paralizzante?
Questo è sicuramente correlato al potere ‘scenografico’ e culturale che le mura possiedono: da piccoli ci sentiamo protetti – o intrappolati – tra le mura domestiche; nei libri di storia leggiamo miti o biografie di grandi del passato che imponevano la loro autorità dall’alto delle proprie mura; la cultura stessa si erge al di sopra del popolo comune, barricata nella propria “torre d’avorio”; dittatori o populisti di vario genere utilizzano questa potente immagine per marcare ed esaltare presunte differenze culturali.
La superficie del mondo (e noi stessi, che siamo il nostro mondo) è murata e quindi divisa in più e differenti livelli: incontriamo muri che altri hanno eretto per noi sotto forma di frontiere, stereotipi, ideali e, a nostra volta, erigiamo mura che crediamo possano tutelarci, mantenerci integri, puri. Il fatto è che sono i muri a rappresentare l’impurità, a vietare la naturalezza dei rapporti e delle relazioni umane, a farci credere che ci siano cose al di là di noi, delle nostre possibilità, delle nostre conoscenze e abilità, a nutrire la nostra comoda immobilità, a farci sentire a casa in un dato spazio che non è e non apparterrà mai definitivamente a nessuno.
Invito tuttə a sentirsi dellə esuli coraggiosə e terrorizzatə, dellə nomadi con la loro capanna sulle spalle prontə a muoversi e ad abitare qualsiasi spazio e persona, dellə apolidi privi di un’identità polverosa, idealizzata e che appartiene soltanto a chi ci vuole bloccatə: spostiamoci, viviamo, rubiamo e appropriamoci di tutto ciò che questa distesa piana che è il mondo può offrirci.