Living room
Già da bambino sono due le cose che istintivamente fai:
costruire
e distruggere.
Come le capanne con i cuscini del divano, le coperte e il tavolino del salotto.
Fare, prendere, raccogliere e mettere assieme, ed essere soddisfatti del proprio operato; dire «Guarda che cosa gigantesca che ho costruito, questo sono io, e niente potrà negarmelo.»
E poco dopo essere presi da quel gusto di catastrofe, quel senso di onnipotenza che: “se è mio allora ci faccio quello che voglio”, e voglio soddisfare questa sete di distruzione, di macerie, di potere.
E rimettere tutto in ordine; perché certo, mamma poi si arrabbia se lascio casino, ma anche
perché domani si può ricominciare
perché la prossima volta costruirò meglio
perché quando hai finito (di costruire, o di distruggere) cosa ti resta se non ricominciare
e trasformare la capanna in casetta, in villa, in castello, in montagna, in passione, in scoperta, in “lo so fare”, in competenze, in futuro, in casa da solo, in amore, in professione?
Per poi ritrovarsi grandi
quando istintivamente prende spazio l’esperienza, e
costruire
e distruggere
è più cauto, più organizzato, meno spavaldo
e il salotto diventa una zona di comfort, e non un campo di gioco.
Questi muri che tengono al riparo sembrano sempre più spessi
queste finestre che mostrano il mondo sembrano sempre più piccole
questa luce che entra più fioca
questo sottofondo di vita che arriva da fuori più flebile.
Finire per dire
«Guarda che cosa gigantesca che ho costruito, questo sono io, e niente potrà negarmelo»
perdendo il gusto di essere presi dal gusto di catastrofe, dal rischio di distruggere per allargare
i confini.