Test the best
“Test the best”, di Birgit Kinder, è uno dei più iconici graffiti dell’East Side Gallery di Berlino - memoriale dedicato alla libertà - che, con i suoi 1,3 km, è la galleria a cielo aperto più lunga al mondo. Il muro che per oltre trent’anni ha diviso la Germania ora ospita 102 opere d’arte. Rekles Magazine #1 inizia proprio da qui: da un muro che cade.
Il Muro di Berlino è passato dal rappresentare reclusione al divenire immagine di evasione, sia fisica che immaginaria. La Trabant che sfonda il muro non ha nemmeno un graffio e per questo è in grado di andare avanti. La berlina, prodotta nella DDR, era diventata negli anni il simbolo di quel regime di mercato in cui a scelte limitate corrispondevano prospettive e desideri omologati e modesti. La targa della macchina riporta così la data della fine della retorica dei blocchi, dell’apertura e dell’ingresso di stimoli e aspirazioni nuove.
Quotidianamente ci troviamo di fronte a muri e le città moderne possono sembrare labirinti di cemento dove l’unica esistenza possibile è quella alienata. In questi contesti l’uomo non è altro che un fattore di disturbo: il futuro di uno spazio fisico e le richieste sociali di una comunità vengono calcolati senza considerare il disordine di cui l’uomo si nutre e del quale ha bisogno per vivere.
A trovare una via d’uscita dal caos urbano sono stati gli street artist con il loro tentativo di riportare nel pubblico, in mezzo alle strade, qualcosa che negli anni si era assopito nelle sale dei musei. L’arte non è qualcosa da rinchiudere o isolare: gli individui hanno le piazze non le stanze.
Ancora oggi la street art viene però avvertita in maniera leggera rispetto all’arte contemporanea e trovarsela davanti ogni giorno ha finito per svalorizzarla. Di fronte ad alcune opere non si può però rimanere indifferenti, è il caso dei graffiti nella West Bank realizzati da Banksy a metà degli anni 2000. Negli stessi luoghi l’artista britannico ha aperto, nel 2017, l’hotel con la ‘vista peggiore al mondo’: The walled off hotel, che affaccia direttamente sul muro che divide la Striscia.
Non sempre i muri sono crollati. Non sempre l’arte ha abbattuto barriere. Esistono infatti casi di opere vandalizzate e censurate poiché ritenute ‘pericolose’. È il caso di “Crack is wack” murales che costò a Keith Haring l’arrestato (in un primo momento la scritta venne mutata in crack is it e successivamente le autorità coprirono l’intera parete con vernice grigia). Eppure l’invito era quello di ‘quittare’ il crack e di trovare altri passatempo (il graffito sorge nei pressi di un campo da basket). Sempre Haring - sempre nel 1986 - realizzò a Berlino un’opera per la pace: 300 metri di omini coi colori della bandiera tedesca, uniti l’uno all’altro come fratelli. L’installazione non fece in tempo a superare la notte che fu subito coperta. I tempi non erano maturi e dovettero passare altri tre anni prima quella visione si realizzasse.
La street art è una grande metafora della nostra epoca, con il suo carattere effimero e provvisorio ci ricorda che nulla è per sempre, che lo status quo non è necessariamente destinato a diventare lo status finalis. I muri esistono ma immaginare un mondo senza aiuta a costruirlo.
Vuoi approfondire il tema street art?
Dai un’occhio a: https://streetartnews.net oppure a: https://www.palazzogromolosa.it/banksy-jago-tvboy-e-altre-storie-controcorrente.