Vicolo cieco
Era una bella giornata. Il sole, sempre con quel suo fare timido tra le nuvole bianche, iniziava a emanare i primi raggi calorosi e i profumi del mandorlo in fiore cominciavano a diffondersi lungo le vie: erano i segni di una primavera ormai alle porte.
Un uomo, di circa cinquant’anni, stava prendendo il caffè nel bar della stazione dei bus. Era alto e robusto; aveva gli occhi azzurri, un leggero strabismo e i capelli scuri - tendenti al grigio - pettinati all’indietro. Al suo fianco Federico, il figlio più giovane, di appena sei anni, anche lui coi capelli scuri e gli occhi marroni.
«Allora il succo com’è? Buono?»
«Sì,» rispose in un primo momento poi, facendosi coraggio, chiese «senti papà, ma tu ci vedi ancora?»
Il bambino non ebbe la forza di dire: “dalll’incidente”. Sembrava ancora fresca e aperta quella dolorosa ferita eppure erano passati già diversi anni dall’intervento e dalla riabilitazione.
«Sinceramente?» domandò il padre voltandosi in direzione della
voce.
«Sì.»
«A volte mi capita di vedere ancora delle ombre e delle luci fugaci. Normalmente davanti a me vedo il buio più totale, muri invalicabili, altissimi che nemmeno la mia immaginazione mi aiuta a superare. Sì - ammise con rabbia -, spesso mi sento imprigionato dentro delle mura. Mi sento invisibile agli occhi della gente, solo perché non li vedo quando loro mi vedono.»
«Però lo sport e il fatto che tu ne sia riuscito a parlare con Margherita ti ha aiutato, vero?
«Certo Fede hai ragione!» ed era così «Senza questi due importanti stimoli non so come avrei fatto. Senza nulla togliere alla mamma e a voi, figli miei.»
Il padre, allungando la mano verso la testa del piccolo, voleva arruffargli i capelli in modo affettuoso. Il bimbo, intuendo il gesto, accompagnò la mano sopra il suo capo e lo lasciò fare.