L'attesa dell'alluvione
Era il nono giorno consecutivo che andava a parlare con l'acqua. Eraldo aspettava il canto del gallo per uscire di casa, attraversare un boschetto e recarsi in riva al lago. Da sempre quel grande bacino minacciava il suo paese: venti casette che, reciprocamente, si guardano stupite tra loro.
Nessuno aveva mai osato pescare, profanare gli abissi limpidi. I torrenti scoscesi miagolavano eternamente. Il lago stava lì da sempre e mai una goccia d'acqua era andata fuori dalle sue rive. Anche quando s'ingrossava terribilmente, gonfiava senza scoppiare. Anche Eraldo aveva passato una vita a gonfiarsi senza scoppiare.
Per Eraldo gli ultimi sette mesi erano stati insopportabili. Gli errori di una vita intera gli avevano presentato il conto, improvvisamente e simultaneamente. Senza sconti né spiegazioni. Andava al lago per parlare con le acque calme, con le onde docili. Chiedeva con insistenza alle acque di rompere gli argini. Le sponde gli erano così familiari che, fissando il vuoto, a memoria con un dito, poteva descriverne le curve. Mentre lo faceva, gli capitava d'indugiare col pensiero su un punto preciso, lì sarebbe dovuto esondare il lago, così da giungere rapidamente verso casa, permettendogli di annegare nel suo studio al seminterrato. Da quando era andato in pensione trascorreva lunga parte delle sue giornate a dipingere nella cantina di casa, appositamente rimaneggiata per ospitare le numerose tele, il cavalletto e l'amata poltrona. In quell'aria umida consumava le sue giornate come un camino pronto a spegnersi. Nessun quadro poteva dirsi finito, nessun quadro poteva dirsi incompleto.
Nei giorni di sole, in silenzio sulla poltrona in penombra, parlava con l'acqua. Ricordava quando da piccolo suo padre lo portava a cacciare le anatre; il rumore dei remi sull'acqua, i riflessi dei boschi: un tempo gioiosi, ora solamente nido infido delle speranze distruttive. Nei giorni di pioggia dipingeva con eccitazione. Immaginava il lago crescere e sognava d'essere sommerso mentre muoveva il pennello. Che si portasse via tutto quanto! “Quell'infame piana di ricordi scollati”: era il nome dell'unico quadro che Eraldo concluse. Ma l'acqua continuava a dare vita; e basta.
Il decimo giorno il gallo si dimenticò di cantare.