Resti
La natura vettoriale di Laura, come grandezza umana e spirituale, è caratterizzata da una direzione (sé stessa) e da un verso (lei), tangente in ogni punto a qualsiasi sua traiettoria nel mondo.
Laura entra senza bussare mentre, seduta sul water, espello la mia ultima deiezione che, nello spazio fratto tempo della gittata, atterra con premeditata insonorizzazione su un cuscinetto di carta igienica (brevetto dalla felice combinazione di benefici: isolamento acustico ed eliminazione di gocce acqua/piscio di rinculo).
Laura dimentica il mio consenso nella fretta perché crede nello scambio e nella condivisione, ovvero crede nell’urgenza dei suoi bisogni. Ciononostante, si inganna di essere meditativa grazie alla Nikon regalatale dal padre con cui comanda la sua visione a passanti distratti e a prodotti di artigianato di nicchia, colti nel loro insieme, nel campo stretto di mani che li intrecciano, negli scarti a terra, rinominati poi “resti”, in descrizione.
Laura lascia resti di stella esplosa ovunque, briciole sui tavoli, forcine sui pavimenti, capelli sul lavandino, schizzi perlati di dentifricio sullo specchio davanti al quale, ora, io la guardo togliersi i pantaloni e alzare il più possibile l’elastico delle mutande fino a delimitare l’ombelico. Solleva la maglietta scoprendo completamente dei seni che censura all’istante schiacciandosi i capezzoli contro gli avambracci interni e uniti dalle mani che reggono il telefono. Un brevetto dalla felice combinazione di benefici: ridurre l’esplicitezza dell’immagine e suggerire l’esito di una strizzata. Tocca lo schermo due volte, si siede a fianco a me sul limite del bidet, verifica esposizione e contrasto, pubblica su Instagram: «Poi mettimi ‘mi piace’». Mi bacia sulla guancia, raccoglie i suoi resti ed esce.