La tedesca

Anni fa, una dimensione ormai quasi sospesa, non c’era notte che non giocassimo a La tedesca. Un mantra più che un semplice gioco. Noi giovani scapestrati in cerchio, un panorama di aspiranti calciatori agguerriti, a volte amareggiati, spesso dissidenti. Due zaini impolverati piazzati sull’asfalto a delimitare la porta, approssimativi, ma non per questo meno validi. Quelli, una volta piazzati, erano un’autorità incontestabile, un dogma inviolabile. E pace se i metri in lunghezza invece dei canonici tre erano i sei passi di Domenico, lo spilungone del gruppo. La strada ha le sue regole. Il portiere, dopo fantomatici metodi di selezione di dubbia correttezza e ai limiti dell’autoritarismo, era il malcapitato di turno che doveva parare quante più pallonate possibili. Gol? Punto? No, una nomenclatura precisa affidava a ogni parte del corpo in grado di segnare un punteggio diverso. «E che problema c’è?» si potrebbe chiedere qualcuno.. Beh, il primo era esattamente questo: l’individuazione delle parti del corpo. Una procedura diventata estremamente democratica ergo contestabile. Qual era, ad esempio, il limite tra spalla e clavicola? E tra polpaccio e caviglia? Poi, l’etica: Simone non poteva davvero stare in porta per tutto quel tempo. E poi ancora le rudimentali perizie balistiche sulle traiettorie delle pallonate; l’immaginaria traversa era stata toccata o no? Quale parte del corpo aveva segnato? Perché con la spalla, si sa, erano dieci punti in meno. 

Ora, in questi brevi schizzi fatti di adrenalina rilasciata da quegli instancabili corpi adolescenti quali eravamo, le discussioni sull’assegnazione dei punti e le narrazioni già leggendarie sui gol migliori ci davano da parlare per ore. L’universo dei giochi notturni costituiva la nostra prima palestra di partecipazione popolare. Fatta di conversazioni e interpretazioni che concorrevano a rendere quelle notti magiche. A suggellare i ricordi intoccabili di ragazzini all’inizio del viaggio.