Rifare
Si sveglia con la fame e rimane a fissare il soffitto. Il sole delle cinque di pomeriggio perfora le tapparelle e illumina i pois di muffa negli angoli della camera. «Quello che tu chiami gioco della vecchiaia, io lo chiamo disfacimento.»
Porta una mano alle mutande e si gratta. «Quello che tu chiami gioco dell’amore, io lo chiamo disgregazione.»
Pensare che suo marito le era piaciuto anche per questo. Si era sentita come in un nido. I litigi con i parenti erano solo il gioco della famiglia. L’azienda che la licenziava, il gioco del capitalismo. I figli che non arrivavano, il gioco dell’imprevedibile. «Quello che tu chiami gioco del matrimonio, io lo chiamo tradimento.»
Quell’umidità potrebbe essere colpa dei vicini, come anche il vociare del televisore e il pianoforte melenso.
Quando lei, dalla cucina, sbraitava cosa avessero fatto di male per meritarsi dei vicini così dispettosi, lui, dal letto, le rispondeva di non fare il gioco della bisbetica, di accettare il gioco del condominio e di andare subito a dargli un bacio!
Il giorno del funerale sorrideva e rassicurava: «Sto solo facendo il gioco della vedova.» Diceva, «Lui mi direbbe…», poi imitandone la cadenza umbra: «È il gioco della vita, no?»
Una notte ha singhiozzato così forte che i vicini hanno bussato alla parete. Si è portata il cuscino alla faccia, lo ha morso, ha provato a fare il gioco di soffocare, ha ringhiato nella federa a fiori.
Nonostante l’umidità dei corpi ora sia solo la sua, il gioco della muffa non è risolto. Domani dovrà alzarsi perché arriverà un tecnico per un sopralluogo gratuito. Sa già cosa le dirà: che non c’è modo di non soffrirne, a meno di non spaccare le pareti, scombinare la quiete del condominio e rifare tutto. «Se la sentirebbe?» Da quando suo marito gioca al morto, odia ogni scelta che hanno fatto negli anni; più di tutte quella casa.
Guarderà quindi il tecnico dritto negli occhi. Penserà a quanto deve essere scema o disonesta una persona per usare il verbo rifare. Porterà le mani ai fianchi e gli risponderà.